Valori e istanze nei Servizi di cura. 2. Dignità

Dopo avere esplorato il tema della Qualità nei servizi di cura, oggi approfondiamo il secondo pilastro, ovvero la Dignità.

Partiamo anche stavolta dalla definizione del concetto stesso:

Considerazione in cui l’uomo tiene se stesso e che si traduce in un comportamento responsabile, misurato, equilibrato” e anche “importanza che viene a una cosa dal significato spirituale, culturale, sociale che l’uomo le annette, e che la rende degna di rispetto.”

In  questa doppia descrizione di cos’è la dignità,  troviamo gli elementi di base che ci servono per tradurre concretamente un sostantivo che incarna un  valore ed anche un obiettivo fondante dei servizi di cura.

I servizi che si occupano di cura ed assistenza,  debbono porsi il tema della dignità prima di tutto rispetto al  riconoscimento della dignità della persona curata e poi rispetto al come garantire il rispetto della dignità della persona all’interno dei processi di cura erogati.

I servizi quindi si debbono porre questo tema  e lo debbono fare per due ragioni principali: una ragione che attiene all’etica professionale ed una ragione che attiene alle responsabilità giuridiche connesse alla relazione con utenti che sono  in condizione di fragilità e vulnerabilità per definizione (altrimenti non si rivolgerebbero a noi) in particolar modo agli utenti anziani.[1]

Partiamo dalla prima ragione. Chiunque si trovi a prestare la propria competenza professionale all’interno di un servizio di cura, è chiamato a non nuocere e ad agire per il bene supremo della vita.

Per farlo occorre avere dei punti di riferimento che possono essere  emanati da ordini professionali (ove presenti) ovvero ricondotti a   Dichiarazioni universali alle quali ci si riferisce come pilastri guida dell’agire.

Nel 1998 con la Dichiarazione di Barcellona, 22 esperti europei di bioetica, dopo tre anni di lavoro per la Commissione Europea ̧ hanno proposto il principio di Dignità umana come uno dei quattro principi etici assieme ad autonomia, integrità e vulnerabilità.[2]

Proseguiamo poi con la seconda ragione, considerando qui  la relazione di cura come una cooperazione tra soggetti attivi verso il benessere (crescita, salute, creatività) della persona a cui è destinato l’intervento.[3] Questa cooperazione tuttavia vede i soggetti coinvolti (operatore ed utente) in una situazione di potere asimmetrico: per competenze, risorse e possibilità l’utente è in una situazione di svantaggio rispetto all’operatore. Vi  è quindi tema che riguarda la relazione che intercorre tra potere e cura, che mette in discussione ogni giorno  il valore assegnato all’autonomia (inclusi i rischi impliciti nella relazione di cura tra dipendenza e interventi manipolativi) e che mette in  rilievo il concetto di rispetto dell’altro come costante bilanciamento tra promozione dell’autonomia e riconoscimento dei limiti.[4]

Per questo motivo, come operatori e come gestori di servizi, dobbiamo domandarci costantemente quale  particolare visione etica abbiamo su come si presta attenzione ai bisogni dell’altro e su come si agisce nel rispondere al bisogno  rispettandone la dignità.

Sono infatti diverse le aree di intervento ed i comportamenti in cui la dignità umana può essere violata, nelle strutture socio sanitarie una delle aree maggiormente a rischio è senz’altro rappresentata dalla contenzione, fisica e farmacologica, agita verso utenti e pazienti fragili, in condizione di vulnerabilità.[5]

Un approfondito studio realizzato dal Collegio Infermieri (Ipasvi) di Milano Lodi con la collaborazione dei Collegi di Brescia ed Aosta nel 2011 che ha consentito di constatare come la contenzione fosse stata applicata, nel periodo di rilevazione, addirittura al 68,7% dei residenti nelle Rsa ed al 15,8% dei degenti in unità operative ed in ospedale[3]. La prevenzione delle cadute, da sola od associata ad altre motivazioni, era indicata come causa della contenzione nel 70% dei casi in ospedale e nel 74,8% dei casi nelle Rsa. Le spondine al letto erano il presidio più utilizzato (rispettivamente il 75,2% e il 60% dei mezzi di contenzione usati in ospedale ed in rsa).

Il fenomeno è così esteso e controverso da essere stato oggetto di numerosi atti parlamentari[6] dove si sottolinea la necessità di attivare misure alternative alla contenzione e lavorare per rendere consapevoli gli operatori tutti del tema etico attinente la privazione della libertà di movimento connessa con queste pratiche.

Oltre al tema della privazione della libertà di movimento, i pericoli per la dignità umana possono venire anche dalla società stessa, nel momento in cui essa tende a privare i singoli individui del nucleo più profondo di intimità, che dovrebbe invece essere sottratto agli occhi indiscreti del pubblico. Ogni uomo non solo ha diritto ad essere rispettato, in positivo, per quello che è nella società, ma anche in negativo, per quello che di sé che  non vuole far conoscere agli altri, e su cui desidera che sia mantenuto l’assoluto riserbo. La nozione di riservatezza, di privacy, è così l’altra faccia della dignità sociale.[7]

Nelle strutture socio sanitarie  vi sono potenzialmente molti rischi di violazione della privacy e  della dignità delle persone fra loro strettamente legati da  comportamenti non riconosciuti come abusanti tout court e proprio per questo sfumanti e meno identificabili come tali da chi li mette in atto. Per questo motivo l’organizzazione ha il dovere etico oltre che giuridico di monitorare costantemente la cultura del servizio e le pratiche agite.

[1] L’Unione riconosce e rispetta il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale”, questo afferma la Carta dei diritti dell’Unione Europea. Gli anziani, come tutti noi, possiedono dei diritti fondamentali che sono loro riconosciuti dal momento stesso della nascita, anzitutto come esseri umani. https://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Principii_di_Barcellona#Principali_aspetti_caratteristici_della_Dichiarazione

[3] Si  utilizza   il  termine cura  per  indicare il  prendersi  cura  ovvero la risposta ai bisogni umani fondamentali che le persone non hanno possibilità di soddisfare da sé”.(Diemut E. Budebeck , Care, Genderand Justice, Oxford, Clarendon Press, 1995)

[4] Con riferimento alla condizione di malato già l’importante legge n. 833 del 23 dicembre 1978, con la quale si istituisce il Servizio Sanitario Nazionale, richiamando l’art. 32 della Costituzione, fa esplicito riferimento al fatto che anche i trattamenti sanitari obbligatori disposti dall’autorità giudiziaria devono avvenire “nel rispetto della dignità della persona umana” (art. 33).

[5] http://piemonteautonomie.cr.piemonte.it/cms/index.php/la-dignita-negata-la-sottaciuta-vicenda-della-contenzione-degli-anziani-non-autosufficienti

http://www.cr.piemonte.it/dwd/organismi/dif_civico/2017/relazione_2016.pdf

[6] http://documenti.camera.it/_dati/leg18/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/128/001/00000004.pdf

[7] https://www.privacy.it/archivio/garanteprovv20051109.html

https://www.altalex.com/documents/news/2018/04/11/dati-sanitari-come-trattarli-alla-luce-del-gdpr

 

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